Pagina personale di Antonello Figà-Talamanca
 

L'obelisco, Acum e me

La prima stesura di questo testo è stata scritta in francese con il titolo "L'obélisque, Akoum et moi" e pubblicata nel 2005, in occasione del cinquantesimo anniversario della Libreria Francese di Roma, da Palombi Editori in una raccolta di brevi racconti intitolata "Les dernières nouvelles de Rome"

"Acum, Acum, ci sei?". Avevo quattro o cinque anni. Qualcuno mi aveva detto che era un obelisco: l'obelisco di Axum. Non sapevo che cosa fosse un obelisco. Non sapevo nemmeno che fosse stato portato a Roma, una decina di anni prima, dalla città di Axum, in Etiopia. Ma era là, tra le Terme di Caracalla, l'Aventino, il Circo Massimo e il Celio, di fronte a quel edificio bianco che oggi ospita la Fao e fino alla fine della guerra era la sede del Ministero delle Colonie. L'Italia fascista aveva voluto celebrare le proprie conquiste in Africa con la posa di un obelisco. Esattamente come avevano fatto gli imperatori romani un po' ovunque a Roma.
Per me, bambino romano degli anni '40, questa alta pietra grigia con una porticina scolpita in basso e su-su delle finestrelle, era la casa di Axum. O, piuttosto, di Acum: questo strano suono della "x" non voleva uscire dalle mie labbra infantili.
Lo immaginavo come un ometto più o meno della mia altezza, così come suggeriva la dimensione della porticina, rotondetto, sorridente e grigio come la sua casa di pietra. Insomma: un tipo simpatico, un compagno di giochi.
Ogni volta che passavo di là, bussavo alla sua porta e lo chiamavo. Ovviamente non mi ha mai aperto, ma nella mia fantasia lo vedevo dietro una delle finestrelle e gli parlavo. Raccontavo e rivivevo i miei giochi, parlavo dei miei due fratelli grandi, della mia sorellina, dei miei amichetti. Discorsi da bambino che non richiedono risposta.
Succedeva abbastanza di frequente perché quello era uno dei luoghi dove le nonne e le tate del quartiere portavano i bambini nelle giornate di bel tempo. La Passeggiata Archeologica, il grande viale che fronteggia le Terme di Caracalla, non era questa specie di autostrada in piena città che è adesso. Era, invece, il posto ideale per far giocare i bambini all'ombra degli alberi quando, d'estate, il sole picchia forte.
E là c'era tutto quel che poteva eccitare la nostra immaginazione infantile. C'era il treno: grossi pezzi di colonna posti l'uno accanto all'altro. C'erano i cavalli: anche questi pezzi di colonna, ma decisamente più piccoli per poterli cavalcare. C'era il trono del re: un capitello con le sue decorazioni in foglie di quercia. C'era la macchina da corsa: una cariatide coricata cui era stata asportata la faccia così creando uno spazio dove un bambino prendeva posto, immaginando che il corpo della cariatide fosse il potente motore della vettura. C'era persino il bancone del negozio di uova, detto "l'ovarolo", gioco preferito dalle femminucce: un pezzo di sgocciolatoio con delle decorazioni ovali. Ma il più fantastico di tutti era il castello, protetto da due feroci leoni, intorno al quale si immaginavano e si mimavano sanguinose battaglie. Era un po' più in là, all'interno di villa Celimontana, in cima al Celio. Si trattava, in realtà, di un bel sarcofago romano ben decorato con, ai lati, due piccoli leoni di pietra che ai nostri occhi di bambini apparivano grandi, possenti e minacciosi.
Un giorno che ero seduto per terra accanto all'obelisco, uno dei miei fratelli, doveva avere una decina d'anni, mi ha chiesto: "Che fai là?".
"Parlo con il mio amico, Acum", risposi, "è dietro una delle finestre lassù. Questa è la casa di Acum, l'obelisco di Acum".
"Axum, si dice Axum", replicò secco. "E non è nemmeno una casa, è soltanto una grossa pietra. In ogni caso io non vedo nessuno e le finestre sono tutte chiuse".
"Ho bussato alla porta e...", tentai di aggiungere. Ma mio fratello, forse divertito dalle mie parole, mi bloccò assumendo un'aria seria e preoccupata: "Davvero hai bussato alla porta? Non sai quel che hai rischiato se ti avesse aperto. Là dentro c'è un mostro, un uomo di pietra che ha già rapito molti bambini come te. Sono tutti là dentro. Quando apre la porta ai bambini, li fa entrare di forza. Là dentro diventano anch'essi di pietra e non possono più uscire. E' quel che vuoi? Entrare, diventare di pietra come tutti quei piccoli infelici che sono lì dentro e non rivedranno mai più la loro mamma?".
Queste parole mi spaventarono e per un po' di tempo girai alla larga dall'obelisco. Ma poi mi inventai un nuovo gioco: bussavo alla porticina chiamando Acum e mi allontanavo in gran fretta per non essere catturato dal mostro di pietra. Avevo però voglia di vederlo, di sfidarlo, speravo che un giorno o l'altro avrebbe aperto. Inutile dire che non si è fatto mai vedere e dopo qualche tempo l'interesse per l'obelisco e il suo abitante finì. Ma chissà perché quel obelisco mi ha sempre affascinato. E anche in età adulta, passando di là, mi sono più volte sorpreso ad avvicinarmi per bussare alla porta.
Molti di questi bei giochi non ci sono più. Sono stati portati altrove, al riparo dai danni che i bambini possono provocare e, soprattutto, dai ladri di reperti archeologici.
Pure l'obelisco è sparito: smontato è stato restituito agli etiopi, suoi legittimi proprietari. E così è tornato ad essere un testimone della loro antica civiltà e non bottino di una guerra feroce.
Ciao, Acum, forse un giorno ci incontreremo ancora.

© 2014 Antonello Figà–Talamanca

 
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