Pagina personale di Antonello Figà-Talamanca
 

Il cartaro


Lo chiamavano "Alberto il sordo" e, in effetti, era proprio sordo. Per parlargli bisognava alzare la voce di qualche tono. Egli stesso, come è a volte per chi ha problemi di udito, parlava a voce molto alta.
Un giorno che vide la signora Francesca allontanarsi dalla sua vecchia "Fiat 850" senza averla chiusa a chiave, la rincorse gridando: "Signora, signora, non ha chiuso la macchina". Lei gli si avvicinò in modo da non dover alzare troppo la voce: "La serratura non funziona". E lui, a voce così alta da farsi sentire in tutto il quartiere: "Non diciamolo ai ladri". Che, per fortuna, non erano nei dintorni o non giudicarono quella facile preda degna della loro attenzione.
Nel quartiere lo conoscevano tutti. Di lui si diceva che fosse di buona famiglia, benestante, ma che a causa del suo handicap non era andato a scuola e, una volta morti i genitori, si era dovuto accontentare di un mestiere molto umile: era il cartaro del quartiere.
Potremmo definirlo come un piccolissimo imprenditore. Disponeva dei suoi mezzi di produzione, costituiti, oltre che da due braccia solidissime, da un carrettino a mano e da un piccolo motocarro, di quelli equiparati a ciclomotori e che allora non avevano targa e potevano essere guidati anche da chi fosse sprovvisto di patente. Di giorno girava per il quartiere col carrettino a mano alla ricerca di clienti. Soprattutto commercianti che si liberavano degli scatoloni con i quali avevano ricevuto la mercanzia, consegnandoli a lui. Ma anche chiunque volesse liberarsi di vecchi giornali e riviste, o anche di un ferro da stiro, di una lavatrice, di una cucina a gas o di un frigorifero rotti.
Bastava lasciargli il pacco di giornali o il ferro da stiro sul carrettino, parcheggiato la sera in una strada laterale, per avere la certezza che tutto sarebbe stato riciclato. Oppure lo si chiamava: "Domani mi portano la lavatrice nuova, ti vieni a prendere quella vecchia?". Lui arrivava puntuale. Non chiedeva alcun compenso, ma gli si dava sempre qualche migliaio di lire (oggi sarebbe qualche euro) e lui ogni volta si schermiva: "La porto allo squaglio", diceva, "loro mi pagano". Poi, prima di caricarsi sulle spalle il pesante elettrodomestico per portarlo giù per le scale, si assicurava: "Se c’è qualche pezzo di ricambio che vi interessa, prendetelo". È così che ci siamo ritrovati ogni tanto con inutili ripiani di frigorifero o cestelli di lavapiatti che dopo qualche tempo finivano, naturalmente, sul carrettino di Alberto il sordo.
Periodicamente lo si vedeva allontanarsi sul suo mini-motocarro caricato oltre ogni immaginazione e dirigersi al macero o, come diceva lui, allo squaglio.
Oggi quando troviamo i cassonetti della "differenziata" dotati di aperture per mettervi la carta così piccole da rendere difficoltoso anche l’inserimento di una semplice scatola da scarpe; quando tutto attorno giacciono plastiche e cartacce che non hanno trovato posto in cassonetti stracolmi, la mente va nostalgicamente a lui. Vorremmo gridare: Ridateci il cartaro.
Ma poi pensiamo che oggi Alberto il sordo sarebbe inseguito dalla Guardia di Finanza perché lui, analfabeta ma industrioso, dovrebbe avere la partita Iva e tenere libri contabili, dai Carabinieri del Nucleo operativo ecologico per la sua raccolta non autorizzata di rifiuti, dalla Polizia stradale perché alla guida senza il previsto patentino di un motocarro in sovraccarico. E questo, almeno, la vita glielo ha risparmiato.

© 2014 Antonello Figà–Talamanca

 
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