Pagina personale di Antonello Figà-Talamanca
 

O che brutto mestier

"Eccola, è lei". Tutti noi, bambini, correvamo a cercare un nascondiglio. Non proprio tutti. Immobilizzata a letto dalla malattia e dalla febbre, la vittima designata aspettava tremante, ma rassegnata. "Lei" era la Signorina Milea, una vicina, probabilmente infermiera di professione. Quando qualcuno si ammalava era incaricata di fare le iniezioni. Tutti noi ne avevamo una gran paura.
Il suo arrivo era preannunciato da un rituale ben preciso. Nella stanza dello sfortunato veniva allestito un piano di lavoro con una tovaglietta pulita e vi si disponevano le fiale del farmaco da iniettare, una bottiglia di alcool denaturato e un pacco di ovatta comprati in farmacia. Poi, da un armadio, veniva fuori l'oggetto della paura: il bollitore. L'apparenza era di un'innocua scatoletta di metallo. Ma dentro rivelava tutto il suo potenziale di strumento di tortura: una siringa e il suo ago.
Nulla a che vedere con le moderne siringhe usa e getta in confezione sterile, con il loro ago sottilissimo che penetra sotto la pelle quasi senza farsene accorgere. Era piuttosto un massiccio strumento di vetro con un grosso e resistente ago da usare più volte e, ogni volta, il tutto era sterilizzato con una bollitura in acqua di una decina di minuti. L'ago doveva essere bello largo perché, durante la bollitura, al suo interno si inseriva un filo metallico che impediva al calcare di ostruire il passaggio per il farmaco. Ciò non evitava, però, che sull'esterno dell'ago si formassero, bollitura dopo bollitura, incrostazioni di calcare, invisibili a occhio nudo, ma che rendevano sempre più dolorosa la penetrazione sotto la pelle. Il bollitore con il suo contenuto era poi sistemato ancora caldo sulla tovaglietta e a quel punto suonava il campanello: la Signorina Milea era arrivata.
Finché un giorno... I fratelli più grandi ci chiamarono in disparte e ci fecero più o meno questo discorso: "La prossima volta gliela faremo vedere noi. Appena arriva tutti insieme gliela canteremo". E ci insegnarono, facendola ripetere più volte, una breve canzoncina che diceva:
"O che brutto mestier
fare il buca seder
".

A noi piccoli ci sembrò o, forse, ce la fecero sembrare un'idea formidabile. Ripetevamo la filastrocca in ogni momento per essere sicuri di non sbagliare.
Poi, un giorno, arrivò il momento della rivincita. Mia sorella piccola stava male. Il dottore era passato più volte a vederla. Le avevano fatto pure un "tampone" infilandole in gola un lungo bastoncino con un po' d'ovatta sulla punta. Infine era apparso il bollitore.
Chissà perché proprio in quel momento i fratelli grandi scomparvero dalla circolazione, lasciando, a tenere la posizione, a sfidare la Signorina Milea e a subire le inevitabili conseguenze, me e mia sorella malata che aveva appena un filo di voce. Ma, impavidi, ci facemmo sentire:
"O che brutto mestier
fare il buca seder
".

© 2014 Antonello Figà–Talamanca

 
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